Lacrime di nostalgia in sprazzi di memoria

Rivedo con la vista della mente, la nostra casa di montagna; la rivedo così com'era: arroccata sullo strapiombo di una grossa pietra. Penso a quanta fantasia hanno avuto i nostri avi, per aver dato a quelle quattro case il nome Pietrasecca, e solo perché sono state costruite sullo strapiombo di una grossa pietra.

Il mio ricordo più vivido, si sofferma sulla piccola stanza, in cui tutta la famiglia era solita trascorrere il tempo: le capacità di arrangiarsi delle donne di una volta, trasformavano quel piccolo luogo in base all'esigenza: una magia che sapeva fare molto bene la mia mamma.

Come soggiorno avvolte, o come cucina, magari poi, per trasformarsi all'occorrenza, in sala da pranzo. Ma solo quando era pronta la cena. Non era più grande di 3 X 4; aveva il camino di quelli di una volta: rialzato da un semplice e basso scalino, là dove io a due anni circa, ci son finito seduto sulla brace arrostendomi il sedere... e se non era per la mamma e per qualche medico tempestivo, oggi non sarei qui a ricordarla.

Il camino era sempre acceso, sia d’estate che d’inverno. Ed era utile per ogni cosa: per scaldarci la casa nei rigidi inverni di montagna, per stare intorno al fuoco dopo cena, per cucinarci quando era l’ora, e c’era la pila appesa su di una catena, per avere sempre pronta l’acqua calda.

La mamma, con quella pila ci faceva di tutto: acqua calda per lavarsi quando fuori nevicava, lessarci le patate insieme alle castagne, la polenta per mangiarla tutti insieme sulla tavola e disegnarci lo Stivale. Per questo infatti veniva chiamata la Cottora.

Nella parete sinistra del camino, c’era la dispensa a muro, e le due ante superiori, erano con tanto di vetro trasparente. Sicuramente, era stata incastonata dentro la parete per avere la stanza più capiente; il colore era di un pallido celestino, ed era così vecchia e andata, d’avere la vernice quasi tutta scrostata: a me però non importava niente, quel che mi importava veramente, erano le buone marmellate della mamma.

Quando ne avevo l’occasione, svuotavo la dispensa. (Peccato che mi strillava sempre).

Dalla parte opposta e dirimpetto al caminetto, c’era l’unico tramezzo della stanza fatto alla maniera di una volta, con frasche e calce, ed era stato costruito per dividere la zona notte da quella giorno, infatti, alle sue spalle c’era la camera di mamma, quella con il letto grande.

Addosso al muro fatto di frasche e calce, c’era un piccolo cucinino a tre fornelli, ed era poggiato su di una piccola credenza a due ante, all'interno delle quali, in una c’erano le padelle accatastate, nell'altra l’alloggio della bombola del gas.

Al centro della stanza, un piccolo tavolo rettangolare settanta x cento, ed era in legno grezzo, però coperto da una tovaglia in plastica colorata. Ci mangiavamo in sei quando nessuno mancava.

Al fianco sinistro del cucinino, c’era una porta in legno quasi grezzo, la quale nascondeva la scala a chiocciola, utile, ma pericolosa per raggiungere una camera sotto strada, la dove, nascosto da una tenda, c'era il gabinetto. Mentre, il lavandino in metallo smaltato stile settecento, era stato posizionato davanti alla finestra, ed era completo di tutto: specchio, lavello e sotto l'alloggio della brocca, mentre sporgevano ai lati, i braccioli per appendere gli asciugamani. 

Nella nostra casa, avevamo sì la corrente elettrica allora, ma non l’impianto idraulico: l’acqua la trasportava la mia dolce mamma attingendo alla fontana pubblica. Il lavandino che avevamo, era polivalente, un po’ come la Cottora. Lì, ogni mattina ci si lavava tutta la famiglia, ma anche le stoviglie, e quando la mamma aveva tempo, ci lavava i piccoli capi d’abbigliamento, mentre il grosso, andava giù nel fosso.

Ricordo bene allora la mia mamma, e la ricordo con gli occhi di bambino: avevo circa sette o otto anni allora, e giuro, non amavo frequentar la scuola.

Ma i ricordi di allora che ho della mia mamma, sono indelebili, e li ho scolpiti nella mente. Ricordo, era una donna alta, bella e quando tornava con la conca in testa, mi domandavo sempre: “Come fa a non cadergli visto che non usa le mani per tenerla”?

Quando camminava su per quella via impervia, andava piano e a tentoni, e per mantenerla salda e in equilibrio sulla testa, doveva stare dritta con il collo e con la schiena, e se solo si azzardava a guardare leggermente in basso, l’acqua le traboccava e le finiva in faccia.

Nonostante tutto, le oscillazioni dovute al suo passo, ricordo spruzzi d’acqua bagnarla dappertutto. E quando le finivano immancabilmente nella schiena, sobbalzava e si lamentava per averne messa troppa. E a volte si diceva come fosse una promessa: “La prossima volta la devo riempire solo fino al collo della conca, ancora prima della parte larga”. Ma, immancabilmente se ne scordava sempre, perché, l’acqua, nella nostra casa, non era mai abbastanza.

Ricordo, quando si preparava per far l’ennesimo viaggio, arrotolava il canovaccio facendone una ciambella, se la metteva poi salda in testa e sopra ci poggiava la base della conca, che a me sembrava tanto grossa.

La conca, sappiamo tutti come è fatta, ma se per caso non ricordi la sua forma, proverò a descriverla: È un recipiente in rame lavorato con grossi manici saldati perpendicolare sui lati, anch'essi lavorati, e la nostra li aveva artisticamente attorcigliati.

Mentre la parte bassa era appunto concava, la parte alta era modellata in modo tale da trattenere l’acqua in caso di oscillazioni, e la nostra era più larga del normale.

Quando la conca era piena d’acqua, la mamma cercava di posizionarsela in equilibrio e al centro della testa, ma era pesante e con le sole braccia non riusciva proprio a sollevarla, aspettava sempre che qualcuno passando l’aiutasse.

Le poche volte che l’accompagnavo con un piccolo secchiello, lei, dopo aver riempito anche la conca, mi mandava avanti dicendo: “Tu intanto vai, che io aspetto qualcuno che mi aiuta”. A volte, forse per fare meno viaggi, la riempiva fino all’orlo, per poi inzupparsi (per l’oscillazioni che provocavano i suoi passi). Infine, nell'arrabbiarsi con se stessa, spesso si diceva: “Ma perché lo faccio! So bene che poi la perdo per la strada”.

Oggi, ho capito quale fosse il motivo che la spingeva a farlo, cercava di portarne più che poteva. Una volta in casa, cercavo di capire come aiutarla a togliergliela dalla testa, per poi poggiarla sul pensile che avevamo sopra il lavello, allora stupidamente mi avvicinavo troppo, e lei mi allontanava spingendomi con l’anca. Forse temeva che potessi infradiciarmi. Infatti, quasi sempre, nel tirarla giù da sola, finiva per traboccare, ed era lei che ci rimetteva bagnandosi la schiena.

Infine, tornava a lamentarsi per averla riempita troppo e più delle volte si diceva: “È inutile che la riempio sempre in questo modo, faccio solo una gran fatica, per poi distribuirla in parte sulla strada”. Era vero, le strisce di bagnato sul vestito, non erano fresche di acqua appena traboccata, aveva anche quelle cadute mentre la portava.

Sempre, o quasi sempre, chiedevo di bere appena ritornava, amavo tanto mettere le labbra nel mestolo di rame. Non solo io, ma era un’abitudine di tutta la famiglia. E nel berla, stranamente la trovavo più fresca e più gustosa, molto di più se l’avessi bevuta anche solo dopo una mezz'ora.

Come era bella allora la mia mamma: la vedevo alta, slanciata.

Aveva quel sorriso che spesso immaginavo fosse di una fata. Anche se negli ultimi tempi si ritrovava ricurva su se stessa piena di rughe sulla pelle, nello sguardo la vedevo come allora; forse mi illudevo di rivederla proprio com'era prima d'invecchiare.

Quando lei mi sorrideva, vedevo nel profondo e dolce nero dei suoi occhi, la donna che un tempo era. Ed ogni volta mi sorprendeva sempre.

Allora, mi soffermavo a guardarla meglio, chiudendo anche gli occhi per non perdermi nemmeno la più lieve sfumatura, e la sorpresa sempre raddoppiava, perché vedevo una tenera e dolce bambina piena di vita, e la vedevo saltellare in mezzo a tanti fiori colorati in un grande verde prato. Allora, in me la sorpresa, non solo raddoppiava, ma entravo in completa confusione. Ero suo figlio, come potevo sapere come era quando aveva l’età di una bambina?

E pensare che è successo proprio nel bel mezzo del giorno della festa della mamma, era una Domenica di Maggio del 2012 ed ha deciso di lasciarci alle 15:15. D’accordo, è vero, aveva la veneranda età di quasi cento, ma se fosse rimasta tra noi ancora per un pezzo, forse non mi sarei sentito come ora mi sento. È strano, mi sono accorto solo ora di esser vecchio anch'io, però, non i immaginate minimamente quanto sono felice di rivederla ancora con gli occhi di bambino.

** L'intervista**
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Intervista  Adriano Burelli
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