LA VECCHIA

 

Era in dicembre del 2009 ed era un giorno grigio senza un raggio di sole, me ne stavo a guardare un’ultranovantenne che cercava di salire a fatica sulla mia vettura, il figlio dietro, invece di aiutarla la spintonava con piccoli colpetti delle dita sulla schiena. Accompagnato da queste parole: «tira su ‘sto culo, forza, dai, sbrigati». Non ho saputo resistere e son scoppiato: «Gli dia tempo, tanto io non vado di fretta, piuttosto gli dia una mano». Mi ha guardato con uno sguardo che uccide che sembrava proprio dire: “fatti i c… tua, invece ha detto: «Tu che ne sai, questa è mia madre, la conosco molto bene, fa sempre così, questa …, caro tassinaro, è una stronza». Sono rimasto senza parole. Per tutto il pomeriggio e fino a sera ho vissuto in uno stato d’animo che mi opprimeva, poi, prima di addormentarmi ho ripensato a mia madre, anche lei è un’ultraottantenne e ho preso sonno. L’indomani, verso le quattro, fra veglia e sonno avevo la solita sensazione addosso con pensieri che, all'inizio confusi, incomprensibili, poi, man mano che mi svegliavo meglio, prendevano forma e mi sembrava di vedere le fasi della vita: pensavo al tenero bambino, alla bellezza della gioventù, all'inevitabile vecchiaia, e, ossessionato, una tristezza incontenibile mi assaliva. Quei pensieri, mi frullavano nella testa senza che potessi far niente per fermarli, sembravano vivere di vita propria, allora mi sono alzato cercando un pretesto per cacciarli via, non riuscendoci, mi sono detto: se li metto su carta forse se ne andranno, e circa venti minuti dopo è nata la vecchia e finalmente ho riavuto il controllo di me stesso.

** L'intervista**
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Intervista  Adriano Burelli
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